Acer, Ferox, Ferus, Fremens, Fulmineus, Rubicundus, Saevus, Spumans, Torvus, Violentus…
Impetuoso, Feroce, Selvatico, Irruente, Fulmineo, Collerico, Furioso,
Schiumante, Minaccioso, Violento…
Sono alcuni degli aggettivi più ricorrenti con cui i poeti romani del primo secolo avanti Cristo definivano l’aper, il cinghiale, implicitamente preda nobile proprio in quanto portatrice di caratteristiche che la rendevano assai ardua da abbattere. Un animale mai domo e ammirevole per coraggio, una bestia che per essere vinta richiedeva all’uomo l’esposizione di altrettanto valore in un corpo a corpo dal quale era raro uscire indenni. Gli stessi aggettivi positivi nel mondo romano si trasformano però in connotati demoniaci alla fine del Medio Evo. La Chiesa rimodula la percezione della caccia al cinghiale desacralizzando il cinghiale (al pari dell’orso) ed elevando il cervo, per la sua tendenza a una passiva accettazione della fine, a portatore di una simbologia più consona all’immedesimazione nei valori su cui si fonda il coinvolgimento al potere e il controllo della massa nell’ideologia cristiana. Ma quest’operazione, effettuata su vasta scala, non si limita a sovvertire gli impliciti facilmente rintracciabili nel suggerimento di Marco Valerio Marziale che, alla fine del Primo secolo avanti Cristo, scriveva Cervos relinques villico. Nel sostituire al cinghiale il cervo si punta ad annichilire l’infiltrazione pagana che, soprattutto nel nord Europa, continua a veicolare attraverso la ritualizzazione della caccia la dicotomia tra potere temporale del re (simbolicamente identificato nel mondo celtico con l’Orso) e quello religioso-sacerdotale del druido (rappresentato invece proprio dal Cinghiale). Al pari eleggendo il cervo a preda reale si minano alla base gli attributi di coraggio del guerriero appartenenti al mondo germanico dove, non a caso tanto l’orso (Bär) quanto il cinghiale (Eber) riconoscono origine linguistica comune in *bero (combattere, colpire). Le radici culturali pagane non sono tollerabili oltre una certa misura e da ciò discende la necessità di fare del cinghiale una sorta di emanazione, quasi in linea diretta, del Maligno a partire dai commenti di Sant’Agostino al salmo 80 [79] in cui si cita il cinghiale del bosco che devasta la vigna del Signore.
Nonostante la potente frattura creata dalla Chiesa nel Medioevo, però una sorta di continuità in forma di ritualità nella caccia al cinghiale è sopraggiunta ai nostri giorni, in modo sotterraneo e forse non razionale o cosciente. A volte mantenendo forme prossime all’iniziazione con cui il ragazzo si fa Uomo attraverso il compimento di un atto eroico. Certo oggi non si affronta più il cinghiale nel corpo a corpo, ci sono fucili, perfino GPS e radio per comunicare con gli altri cacciatori, ma l’abbattimento del primo cinghiale rimane un momento se non eroico, quantomeno da celebrare.
La letteratura di tempi a noi molto più prossimi, ci regala il valore simbolico dell’ambìto possesso del fucile da parte del piccolo Richard che la notte ne sogna l’acciaio azzurro, il legno di noce o il rametto di agrifoglio inciso nel metallo e di giorno, nel bosco, cammina al fianco del giovane allievo tiratore Breyer come narra Jünger in Die Eberjagd (la caccia al cinghiale). E nel racconto specchio di una realtà non a tutti nota, l’offerta da parte del conte, prima al fucile e poi al cappello, del ramoscello intriso del sangue del cinghiale ucciso con un unico colpo da Breyer, certifica a noi lettori che il ragazzo è diventato Uomo.
Ancora oggi nel rito prevalentemente maschile della caccia al cinghiale si ritrovano tracce ataviche di un passato in cui, superata la necessità di alimentarsi, l’atto si fa rito, a volte iniziazione, affondando le radici nel passato più remoto dell’essere umano.
Vanificando a priori il pregiudizio del singolo a favore o contro l’azione venatoria.
L’immagine della caccia, al di là dell’aspetto più prettamente documentaristico, all’interno del quale trovano spazio anche quegli accadimenti che la precedono e quelli che ne celebrano l’esito, finisce per essere un ritratto socio-antropologico che sfugge ai legami del tempo e dello spazio e si universalizza in una ritualità tipicamente umana che prescinde dalla necessità e chiede di non essere giudicata.
Sandro Iovine (www.sandroiovine.blogspot.it/)











